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Fyodor Dostoevsky
E io... Io che avevo preso tutto per oro colato; pensavo che lei... Ma, Dio Mio, come ho potuto pensarlo? come ho potuto essere così cieco, quando tutto era già preso da un altro, nulla era mio; quando, infine, anche quella sua tenerezza, quelle sue premure, quel suo amore... sì, il suo amore per me, non erano altro che gioia per l'imminente incontro con l'altro e il desiderio di imporre anche a me la sua felicità?... Quando egli non venne, dopo che lo avevamo atteso inutilmente, allora sì che s'era rannuvolata, sì che s'era impaurita e scoraggiata. Tutti i suoi gesti, le sue parole avevano perduto la leggerezza, la giocosità, l'allegria. E fatto strano, aveva moltiplicato la sua attenzione per me, quasi che, istintivamente, volesse infondere in me ciò che desiderava per se stessa, e che temeva, se non fosse accaduto. La mia Nasten'ka s'era così perduta d'animo, s'era così smarrita che, m'era parso, avesse compreso finalmente che io l'amavo e provasse compassione per il mio povero amore. E' così, quando siamo infelici avvertiamo con più forza l'infelicità altrui; i sentimenti non si disperdono, ma convergono...
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